Archive for the 'Rassegna stampa' Category

ONU: Mangiare meno carne per salvare l’ambiente

Rinunciare a fettina o bistecca una volta alla settimana per salvare l’ambiente. Perché facendo sparire da tavola la carne almeno un giorno ogni sette si combatte il surriscaldamento globale. L’appello è rilanciato dall’Onu per bocca di Rajendra Pachauri, economista indiano, vegetariano, e una delle voci più autorevoli in materia di clima: presidente dell’Ipcc, il panel intergovernativo sui mutamenti climati delle Nazioni Unite, lo scorso anno ha ricevuto insieme ad Al Gore il premio Nobel per la pace.
L’impatto di quella che appare come una modesta rinuncia sarebbe notevole, più di quello che i non addetti ai lavori possono pensare: l’allevamento di bestiame, infatti, è responsabile del 18% delle emissioni complessive di gas serra, molto più del settore trasporti cui è attribuito il 13%. E, se per molte persone rinunciare all’auto può diventare molto problematico, scegliere insalata, frutta e verdura almeno una volta ogni sette giorni è decisamente più fattibile.
E anche più conveniente per l’ambiente. I numeri parlano chiaro: la produzione di un chilogrammo di carne causa emissioni equivalenti a 36,4 kg di anidride carbonica. L’allevamento e il trasporto di animali inoltre richiede, per ogni chilo di carne, la stessa energia necessaria per mantenere accesa una lampadina da 100 watt per quasi tre settimane. E il bestiame è una fonte diretta di metano, 23 volte piu dannoso dell’anidride carbonica, prodotto naturalmente dai processi digestivi degli animali da allevamento.
Pachauri, che aveva già lanciato l’allarme all’inizio dell’anno a Parigi, ne parlerà domani a Londra nel corso della annual lecture della ‘Compassion in World Farming’, un’associazione animalista britannica che ha chiesto al governo di impegnarsi per ridurre il consumo di carne del 60 per cento entro il 2020. Se l’industria della carne denuncia di essere ingiustamente nel mirino, la causa promossa dall’Onu ha già testimonial famosi, come sir Paul McCartney e il Italia l’ex ministro della Sanità Umberto Veronesi. E acquista una urgenza particolare, alla luce delle stime della Fao: secondo l’agenzia Onu per il cibo e l’agricoltura, il consumo di carne è destinato a raddoppiare nel 2050.

Repubblica, 7-09-2008

per info su IPCC: http://www.ipcc.ch/index.htm

E se Nutella distruggesse la foresta?

Dalle analisi realizzate da Greenpeace presso due diversi laboratori di analisi in Italia e Germania risulta che la Nutella, il prodotto Ferrero più famoso sul mercato, contiene una frazione di oli vegetali del 31% costituita prevalentemente da olio di palma.

Abbiamo chiesto a Ferrero, in ben tre occasioni, di essere trasparenti nei nostri confronti dichiarando l’origine dell’olio di palma utilizzato per la Nutella indicandoci i nomi dei propri fornitori e le aree di produzione. Non abbiamo ricevuto una risposta soddisfacente. Ferrero si difende mettendo avanti l’argomento, molto debole, di far parte della RSPO quale garanzia della sostenibilità dell’olio di palma utilizzato per la Nutella e gli altri prodotti a marchio Ferrero. Ma nel recente rapporto “Borneo in Fiamme” Greenpeace ha dimostrato, presentando prove inconfutabili, come proprio i principali produttori di olio di palma della RSPO, tra fornitori della multinazionale Unilever, stiano perpetrando crimini ambientali gravissimi come il taglio a raso della foresta pluviale del Borneo, l’incendio e degrado delle ultime torbiere indonesiane e la cattura ed uccisione degli ultimi oranghi del Borneo e di Sumatra. E se per fare la Nutella si usasse proprio quell’olio di palma? Che garanzie abbiamo che i fornitori di Nutella non siano tra quelli che anche facendo parte della RSPO sono colpevoli di deforestazione? La Ferrero nelle sue risposte è reticente.

per info e adesione alla cyberazione:

http://www.greenpeace.it/nutellasalvalaforesta/

Una centrale elettrica ad aquiloni

Se avete mai usato un aquilone, avete sentito quanto il vento tira sulle mani. Più è grande, più tira. Come vi spiegherà qualsiasi amante di kite surfing, possono far volare anche gli uomini. “Anzi - dice Massimo Ippolito, kite surfer per hobby - li costruiscono inefficienti apposta, altrimenti ti porterebbero via”. Più in alto arrivano, più forte tirano.

A questo punto non è più un gioco per bambini e neanche uno sport. E’ un’occasione: le forze, in natura, non si sprecano. Soprattutto, se si possono usare per generare elettricità. Forse ci voleva l’incontro fra un kite surfer come Ippolito e un appassionato di vela, come Mario Milanese, docente al Politecnico di Torino, perché scattasse l’idea di rivoluzionare dalle fondamenta il modo di produrre energia eolica.

Il fatto che il primo abbia un’azienda di sistemi automatizzati e il secondo insegni Controlli automatici all’università ha solo fornito gli strumenti per dare la scalata ad un obiettivo, a prima vista, impossibile: produrre tanta energia elettrica quanto una centrale nucleare, solo grazie al vento. Partendo non dalle gigantesche eliche delle turbine che ormai si costruiscono un po’ dappertutto, ma dagli aquiloni dei bambini.

KiteGen, come si chiama il progetto a cui lavorano Milanese ed Ippolito, non è l’unico nel mondo a puntare in questa direzione, ma è anche uno dei rarissimi casi in cui l’Italia, che le energie rinnovabili, normalmente, si limita a comprarle, è alla frontiera della ricerca. All’idea del vento dagli aquiloni lavorano anche, infatti, almeno altri due gruppi, in Olanda e in California.

E’ una guerra di brevetti. Perché, se gli esperimenti confermeranno le prime verifiche e i primi risultati dei prototipi, è come mettere le mani su una sorta di pietra filosofale, capace di scavalcare le debolezze più vistose dell’energia eolica e, in generale, delle energie alternative: costose, si dice, ingombranti, incostanti, troppo poco potenti. Dalla parte degli aquilonisti, c’è, anzitutto, il vento. Quanto forte soffia, per cominciare.

A 80 metri di altitudine (l’altezza normale di una turbina) il vento spira, in media, nel mondo, a 4,6 metri al secondo, un po’ più di 16 chilometri l’ora. E’ un primo problema. Sotto i 4 metri al secondo, infatti, le turbine, normalmente, vengono spente, perché diventano antieconomiche. Il Texas occidentale - dove l’Enel ha appena varato una centrale eolica con 21 turbine - è un’area ricercatissima, perché il vento soffia in media a 7-8 metri al secondo (un po’ meno di 30 chilometri l’ora), che viene definita una velocità ottimale. Ora, a 800 metri di altitudine, il vento soffia, in media, nel mondo, a 7,2 metri al secondo. La velocità ottimale. E un parametro cruciale, perché, spiegano i manuali di fisica, l’energia che si può ottenere dal vento aumenta in modo esponenziale con la sua velocità. “A mille metri di altezza - dice Milanese - l’energia che puoi ottenere è otto volte quella disponibile a livello del suolo”.

Il secondo problema del vento è che, in molti posti, non c’è sempre o, semplicemente non ce n’è. A De Bilt, in Olanda, che è un posto ventoso, le turbine funzionano 3 mila ore l’anno, in pratica un giorno su tre. A Linate, nessuno installa turbine, perché il vento è zero. Ma chi l’ha detto che la pianura padana è senza vento? Basta andare a 800 metri d’altezza: c’è vento per 3 mila ore l’anno, quanto a De Bilt per le turbine. E, nel cielo sopra De Bilt, si arriva a 6.500 ore, più di due giorni su tre. A Cagliari, si passa da 2.800 a 5 mila ore. Di vento, insomma, ce n’è molto di più di quanto si possa pensare sulla base dell’industria eolica attuale. Ma come catturarlo? “Con lo yo-yo” rispondono Milanese e Ippolito: un aquilone che sale e scende nel cielo.

In un capannone di Chieri, alle porte di Torino, l’aquilone elettrico dispiegato non è altro che un normale kite per il surfing. Assicurato a due leggeri cavi, da 3 millimetri di diametro, lunghi 800 metri, l’aquilone si libra in volo, sostenuto dal vento. Srotolandosi, i cavi fanno girare due cilindri ed è questa movimento che genera energia, come si carica una dinamo. Ma questa è la parte più facile. Da buon velista, Milanese spiega che una barca con il vento in poppa va meno veloce di una barca che lo prenda ad angolo acuto.

In termini scientifici, la potenza generabile dall’aquilone aumenta in funzione della velocità con cui si muove rispetto al vento. La parte importante del KiteGen è, infatti, il sistema di navigazione. Dei piccoli sensori, con rilevatori Gps, sono fissati sull’aquilone e collegati con un computer a terra che gestisce la navigazione dell’aquilone: un software manovra piccole trazioni sui cavi per assicurare che il kite proceda tracciando vorticosi 8 nel cielo. Grazie a queste scivolate d’ala, l’aquilone aumenta il suo differenziale di velocità rispetto al vento e, dunque, la potenza elettrica generabile. In pratica, l’aquilone si comporta come la striscia più esterna dell’elica di una turbina, senza dover far girare complicati ingranaggi: “Di fatto - dice Milanese - prendiamo la parte migliore di una turbina a vento e la mettiamo dove il vento è più forte”.

Quando il cavo è tirato al massimo, l’aquilone non genera più elettricità. Uno dei due cavi viene mollato, l’aquilone si impenna, non offre più resistenza al vento e viene riabbassato: “Per recuperarlo, consumiamo il 15% dell’energia generata in ascesa”. Il passo successivo è immaginare una serie di questi yo-yo che funzionano insieme. “Basterebbe tenerli distanti 70-80 metri l’uno dall’altro - dice Milanese - mentre le turbine devono essere separate da più di 300 metri”. Questo significa che, invece di avere decine e decine di torri eoliche ad ingombrare il paesaggio, per generare la stessa quantità di energia basterebbero alti e invisibili aquiloni che, a terra, non occuperebbero più spazio di una normale centrale elettrica.

Tutto questo, comunque, per ora è sulla carta. KiteGen, finora, ha solo fatto volare il prototipo, generando, in tutto 2,5 kilowatt. “Ma - assicura Milanese - il prototipo ha rispettato le simulazioni del computer e questo ci rende fiduciosi sul fatto che anche le altre simulazioni siano realistiche”. E questo spinge Milanese a pensare in grande. Ad esempio, ad un altro attrezzo per bambini: una giostra. Se si montassero 200 aquiloni su un anello, che la forza del vento fa ruotare, questo movimento potrebbe generare energia con una potenza di 1.000 megawatt, quanto una media centrale nucleare. Occupando, sul terreno, non più di un cerchio del diametro di 1.500 metri. Al costo, calcola Milanese, di 5-600 milioni di euro, un sesto di quanto costi, oggi, una centrale atomica. L’energia prodotta dalla giostra KiteGen sarebbe, infatti, più intermittente di quella nucleare, ma anche assai meno cara. Se la scala fosse davvero di mille megawatt, un kilowattora, secondo i calcoli di Milanese, costerebbe solo un centesimo di euro, un terzo di quanto costa, oggi, l’energia più economica, il carbone. Tutto così semplice? Con le energie alternative, sognare sulla carta è facile. Il responso finale, poi, come direbbe il vecchio Dylan, “soffia nel vento”.

La Repubblica, 11-06-2008

Nuovi impianti ed energia prodotta. L’eolico ha sorpassato il nucleare

Il 2007 è stato l’anno del sorpasso: a livello globale, dal punto di vista dei nuovi impianti, l’eolico ha battuto il nucleare. L’anno scorso sono stati installati 20 mila megawatt di eolico contro 1,9 mila megawatt di energia prodotta dall’atomo. E’ un trend consolidato da anni e destinato, secondo le previsioni, a diventare ancora più netto nei prossimo quinquennio. Ma non basta. Per la prima volta l’eolico ha vinto la gara anche dal punto di vista dell’energia effettivamente prodotta. I due dati non coincidono perché le pale eoliche funzionano durante l’anno per un numero di ore inferiore a quello di impianto nucleare e dunque, a parità di potenza, producono meno elettricità.

“La novità è che, anche tenendo conto di questo differenziale di uso, nel 2007 l’eolico ha prodotto più elettricità del nucleare”, spiega Gianni Silvestrini, direttore del Kyoto Club. “E gli impianti eolici che verranno costruiti nel periodo 2008 - 2012, quello che chiude la prima fase degli accordi del protocollo di Kyoto, produrranno una quantità di elettricità pari a due volte e mezza quella del nuovo nucleare. Se poi nel conto mettiamo anche il solare fotovoltaico e termico possiamo dire che, tra il 2008 e il 2012, il contributo di queste fonti rinnovabili alla diminuzione delle emissioni serra sarà almeno 4 volte superiore al contributo netto prodotto dalle centrali nucleari costruite nello stesso periodo”.

La tendenza è consolidata anche dal risveglio del gigante americano. Il 30 per cento di tutta la potenza elettrica installata durante il 2007 negli Usa viene dal vento e il dipartimento federale dell’energia prevede che entro il 2030 l’eolico raggiunga negli States una quota pari al 20 per cento dell’elettricità creando un’industria che, con l’indotto, darà lavoro a mezzo milione di persone. E’ un dato in linea con l’andamento di paesi europei come la Danimarca (21 per cento di elettricità dall’eolico), la Spagna (12 per cento), il Portogallo (9 per cento), la Germania (7 per cento).

Nonostante le scelte dell’amministrazione Bush, che ha incentivato con fondi pubblici la costruzione di impianti nucleari, negli Stati Uniti l’energia dall’atomo resta invece ferma, sia pure a un considerevole livello, da trent’anni: l’ultimo ordine per una nuova centrale risale al 1978. Nell’aprile scorso sono stati annunciati impegni per 38 nuovi reattori nucleari, ma è molto probabile che il numero scenda drasticamente, come già è avvenuto in passato, nel momento in cui si passa alla fase dei conti operativi: le incertezze legate ai costi dello smaltimento delle scorie, ai tempi di realizzazione e allo smantellamento delle centrali a fine vita hanno rallentato la corsa dell’atomo.

In attesa della quarta generazione di reattori nucleari, che però deve ancora superare scogli teorici non trascurabili e non sarà pronta prima del 2030, le stime ufficiali prevedono una diminuzione del peso del nucleare nel mondo. La Iea (International Energy Agency) calcola che nel 2030 la quota di elettricità proveniente dall’atomo si ridurrà dall’attuale 16 per cento (è il 6 per cento dal punto di vista dell’energia totale) al 9-12 per cento.

Repubblica, 23-05-2008

La distruzione delle mangrovie tra le cause del disastro birmano

Per stessa ammissione del governo, il maggior numero di vittime del ciclone va imputato, più che al forte vento (180 chilometri orari), alle gigantesche onde che si sono abbattute sul delta del fiume Irrawaddy, senza che vi fosse nulla a impedirlo.

A cominciare dalle mangrovie. La distruzione delle foreste costiere di questo albero robusto e sempreverde risale a 150 anni fa, in piena epoca coloniale, quando si decise di destinare l’intera area alla coltivazione del riso e all’allevamento di pesci e gamberi. Situazione aggravata, negli ultimi decenni, dal sorgere spregiudicato di villaggi e impianti di estrazione petrolifera.

Surin Pitsuwan, segretario generale dell’Asean (l’associazione delle nazioni del sud est asiatico), riunita a Singapore, ha indicato nell’intervento umano una delle principali cause del disastro birmano. “La presenza delle mangrovie nei delta dei fiumi è strategica - ha sottolineato Pitsuwan - oltre a proteggere dalle onde, evita che l’acqua salata inondi i terreni fertili dell’entroterra. Distruggendo le barriere naturali, abbiamo permesso alla natura di appropriarsi di tante vite umane”. Dalle 62mila alle 100mila, stando agli ultimi dati delle Nazioni Unite.

A dimostrazione dell’utilità delle foreste di mangrovia sulle coste asiatiche, la testata inglese Indipendent ricorda il caso di un villaggio dello Sri Lanka colpito dallo tsunami del dicembre 2004; lì, grazie alle barriere naturali, morirono solo due persone, a fronte delle oltre 6mila di un villaggio vicino, non protetto.

Anche per questo, molti governi di paesi che affacciano sull’Oceano indiano sono corsi ai ripari, stanziando fondi per il reimpianto di foreste e di altre difese naturali. Delegando alla mangrovia, e alla sua solida radice, il naturale compito di scongiurare future ecatombe.

Repubblica, 13-05-08

Dalla Torre Eiffel alle scuole luci spente per festeggiare Kyoto

Il Protocollo di Kyoto compie tre anni e per festeggiare non spegne tre candeline ma migliaia di luci. Il 16 febbraio del 2005, grazie alla firma della Russia, ultimo Paese ad aver aderito, il trattato internazionale per la riduzione dei gas serra responsabili del cambiamento climatico è finalmente entrato in vigore. Un evento che in questi giorni a ridosso della scadenza viene celebrato in tutta Italia con iniziative e appuntamenti.
La manifestazione più grande è “M’illumino di meno”, promossa dalla trasmissione di Radiodue Caterpillar. Quest’anno le adesioni di singoli, aziende, enti locali e istituzioni (prima fra tutte la Presidenza della Repubblica) che il 15 febbraio si impegnano a staccare la spina e spegnere gli interruttori sono diventate migliaia, valicando anche i confini nazionali. Nello sterminato elenco dei partecipanti c’è infatti anche il comune di Parigi che toglierà la luce al suo simbolo più famoso, la Torre Eiffel.
Tutto lascia supporre che verrà migliorato il risultato ottenuto gli scorsi anni, quando Terna, il gestore della rete elettrica, certificò nelle ore del lancio dell’iniziativa un risparmio energetico equivalente ai consumi giornalieri di una regione come l’Umbria (2006) o allo spegnimento di cinque milioni di lampadine (2008). Anche se ovviamente l’obiettivo non è tanto quello di un taglio una tantum ai consumi, ma quello di sensibilizzare l’opinione pubblica a comportamenti più rispettosi dell’ambiente.

Si concentra invece sulle scuole l’iniziativa organizzata in collaborazione tra Edison e Legambiente “Kyoto anch’io-La scuola amica del clima”, una campagna promossa per diffondere e sostenere azioni di sostenibilità ambientale e risparmio energetico nelle scuole italiane. Giunta alla sua quarta edizione, la manifestazione quest’anno si arricchisce di un’indagine sull’edilizia e il risparmio energetico negli edifici scolastici su tutto il territorio nazionale e come di consueto premierà il miglior progetto di riqualificazione ambientale ed energetica degli istituti di ogni ordine e grado. La scuola vincitrice (la passata edizione ha coinvolto circa 250 scuole, più di 900 classi e 30.000 ragazzi) verrà premiata con un impianto fotovoltaico.
Sempre Legambiente organizza fino al 17 febbraio “La settimana amica del clima” con punti informativi nelle piazze, esposizioni dimostrative sulle energie rinnovabili, mostre o biciclettate di protesta e blitz contro le centrali a carbone. Impegno simile a quello del Wwf, che in collaborazione con Federcasa e Esco Italia, con “La settimana per Kyoto” insiste sul tema del risparmio energetico nei condomini.

La Repubblica, 14-02-08

Torino è la città più inquinata d’Italia secondo Legambiente

Fa discutere a Torino la classifica di Legambiente che attribuisce alla città la maglia nera per lo smog. Il dato riguarda i superamenti della soglia di 50 microgrammi al metro cubo di Pm10 indicati dall’ Ue e che, secondo la Commissione dovrebbero verificarsi non più di 35 giorni all’anno. Secondo i dati comunicati da Legambiente, 51 delle 63 città italiane monitorate ha superato tale limite.
Il Comune di Torino controbatte, però, che il preoccupante dato di 190 superamenti di tale limite riguarda comunque una sola delle cinque stazioni di rilevamento, la Grassi. La media dei superamenti in città è infatti di 144. «È importante anche far notare - scrive il Comune in una nota - che la media dei superamenti delle cinque stazioni è passata dai 187 del 2006 ai 144 del 2007: una riduzione del 23% in un solo anno. Un dato che fa ben sperare».
Il dossier di Legambiente preoccupa, invece, il Pdci che chiede «un deciso e coraggioso intervento» al fine di «limitare strutturalmente il traffico automobilistico privato». Secondo il Pdci «in questa condizione appare velleitario pensare di contrastare un fenomeno preoccupante come questo con l’introduzione di un ticket d’ingresso in città».
Anche Agostino Ghiglia, presidente provinciale di An afferma che i dati «rivelano il fallimento della politica ambientale di Chiamparino». «Non è con le persecuzioni degli automobilisti che si risolve l’inquinamento, servono interventi strutturali che vadano a risolvere il problema alla fonte a cominciare dal rinnovo del parco autobus e all’incentivo di forme di riscaldamento più innovative. Lo studio di Legambiente è un motivo in più per dire no anche al road-pricing».

La Stampa,  23-01-08

AMBIENTE: ERIKA; TOTAL E PROPRIETARI ITALIANI COLPEVOLI

Tutti e quattro colpevoli del naufragio della petroliera Erika e di quella marea nera che nel dicembre 1999 devasto’ 400 chilometri di coste francesi e uccise 150.000 uccelli: la Total, che aveva noleggiato la nave, per ”imprudenza”; il Registro navale italiano (Rina) per aver rinnovato il certificato ”malgrado il segno manifesto dello stato preoccupante delle strutture”; l’armatore Giuseppe Savarese e il gestore Antonio Pollara, tutti e due italiani, perche’ ”per ragioni di costi, hanno deciso una diminuzione dei lavori” di riparazione della nave nel 1998. I quattro sono stati condannati dal tribunale di Parigi a versare in solido 192 milioni di euro di danni e interessi. In piu’, la Total e il Registro navale italiano dovranno pagare - ognuno - la multa massima prevista, di 375.000 euro, e Savarese e Pollara 75.000 euro ciascuno.
Esultano le 101 parti civili - associazioni ambientaliste, regioni ed enti locali - che incasseranno 192 milioni di euro (avevano chiesto indennizzi per un miliardo di euro) in base alla sentenza che ha chiuso oggi un processo durato quattro mesi, uno dei piu’ lunghi, complessi e costosi procedimenti avviati dalla giustizia francese. Ma la soddisfazione degli ecologisti e delle collettivita’ territoriali arriva soprattutto dal riconoscimento da parte dei giudici parigini - e’ la prima volta in Francia - dell’ esistenza di un danno ecologico, frutto della ”minaccia portata all’ambiente”. Cio’ che da’ diritto, anche per il futuro, al risarcimento alle associazioni che si battono per la difesa dell’ ambiente. Si dice ”molto soddisfatta” anche l’ex candidata socialista all’Eliseo, Segolene Royal, presidente del Poitou-Charentes, una delle regioni toccate da quel disastro ecologico: ”e’ un avvertimento per quelle navi-carrette che solcano i nostri mari”. La sua regione, parte civile, ricevera’ un milione di euro, la Lega per la protezione degli uccelli 800.000 euro, la gran parte andra’ allo Stato: 154 milioni di euro. In Italia anche Legambiente parla di sentenza che crea un ”precedente importante”, perche’ riconosce la responsabilita’ di chi noleggia le navi. Gli unici ad essere stati risparmiati dal tribunale di Parigi sono stati il comandante della nave, l’indiano Karun Mathur, e i quattro soccorritori.
Il Registro navale italiano, che ha sede a Genova, ha annunciato che fara’ ricorso: abbiamo ”dimostrato inequivocabilmente nel corso del dibattimento di non essere responsabili”. Anche il legale della Total ha consigliato il gruppo petrolifero francese di fare ricorso contro la sentenza, definita ”non giusta”.
Erika, una petroliera vecchia di 25 anni, era affondata in una tempesta ad una settantina di chilometri al largo delle coste bretoni del Finistere il 12 dicembre del 1999. Lo scafo si era spaccato liberando circa 20.000 tonnellate di nafta che la nave doveva portare verso l’Italia. Per settimane 400 chilometri di costa erano stati invasi dalle fanghiglie melmose del petrolio che avevano distrutto coste, ucciso decine di migliaia di uccelli, con un disastro ambientale drammatico e un pesantissimo danno economico e finanziario. Turismo, commercio, pesca hanno risentito per anni di questo disastro ecologico.

Ansa, 16-01-08

Il giro del mondo in una busta (di plastica)

Dal primo gennaio a Tisbury, un villaggio del Wiltshire, non si usano più le buste di plastica. Non si tratta di un provvedimento calato dall’alto. I 2 mila abitanti hanno convenuto d’andare al supermercato portandosi da casa la borsa della spesa. Di tela, di carta, di paglia. Non di plastica e non usa e getta. Quel che si dice una minoranza virtuosa.
In Cina si usano 3 miliardi di buste di plastica al giorno. Il consumo pro capite di shopper è inferiore rispetto all’occidente ricco ma, moltiplicato per un miliardo e 300 milioni di abitanti, l’impatto ambientale è imponente e di lunga durata (una busta di plastica serve per una manciata di muniti e dura una vita). Si aggiunga il costo della materia prima - il petrolio - da cui si ricavano le plastiche da imballaggio. La Cina ne brucia a questo scopo 37 milioni di barili l’anno. Ci sono questi due fattori dietro la decisione del governo cinese, annunciata a sorpresa martedì scorso, di mettere al bando dal primo giugno i sacchetti di plastica più sottili (sotto 0,025 millimetri di spessore) e di «tassare» quelli più robusti. Per disincentivarne l’uso, i negozianti dovranno addebitare il costo del sacchetto ai clienti.
L’Australia ieri si è messa sulla scia della Cina. Il neo ministro dell’ambiente Peter Garrett ha annunciato un piano per ridurre drasticamente entro la fine dell’anno l’uso dei sacchetti di plastica. Un segnale doveroso per il centro sinistra che lo scorso novembre ha vinto le elezioni grazie ai temi ambientali (gli elettori hanno punito il governo di destra ostile al protocollo di Kyoto). Garret non è entrato nei particolari di un piano che discuterà ad aprile con i rappresentanti dei sei stati e dei due territori in cui è articolata l’Australia. Si è limitato a dire che «personalmente» preferisce mettere al bando i sacchetti di plastica piuttosto che farli pagare ai consumatori. D’accordo con il ministro, riferisce l’agenzia Reuters, Ian Kiernan, presidente dell’associazione Clean Up Australia che cita il caso dell’Irlanda, dove dal 2002 sui sacchetti di plastica grava una tassa scaricata ovviamente sui consumatori. «Il disincentivo all’inizio ha funzionato, ma nel lungo periodo l’effetto sta scemando». Non sappiamo quanti sacchetti di plastica usino ogni giorno venti milioni di australiani. Secondo il ministro, nel quasi continente ce ne sarebbero in giro (nei posti sbagliati) circa 4 miliardi.
Da tempo la città di San Francisco ha vietato i sacchetti di plastica nei negozi di alimentari. Questa settimana l’amministrazione di New York ha votato una legge che obbliga i grandi negozi a dotarsi di contenitori per riciclare i sacchetti di plastica. A Londra stanno per scattare divieti e disincentivi. Il Giappone, sull’esempio irlandese, ha messo un’imposta sulle buste di plastica. Sudafrica, Uganda e persino il Bangladesh hanno adottato misure per liberarsi dalla buste invasive.
E in Italia? Interrogarsi sulle buste di plastica mentre la Campania soffoca sotto tonnellate di immondizia è quasi patetico (eppure gli imballaggi costituiscono una quota sempre più consistente dei rifiuti). Annegata nella passata finanziaria c’era la messa al bando entro il 2010 dei sacchetti di plastica, con l’obiettivo di ridurre la produzione di rifiuti e incentivare l’industria dell’agri-tech (sembra che dal mais si possano ricavare sacchetti davvero biodegradabili, senza dover aggiungere metalli pesanti). In un anno nulla è stato fatto per concretizzare l’impegno fissato dalla finanziaria.
I dati sui sacchetti di plastica sono piuttosto ballerini. Secondo Legambiente, ogni anno nel mondo se ne producono 500 miliardi. L’Italia ne sforna 300 mila tonnellate, l’equivalente di 430 mila tonnellate di petrolio e di 200 mila tonnellate di CO2 emesse in atmosfera. Nel nostro paese, sempre ogni anno, finiscono tra i rifiuti 2 milioni di tonnellate di plastica e vengono consumati 4 miliardi di sacchetti. Tempi di degrado delle buste di plastica tra i 10 e 20 anni.

Il Manifesto, 11-01-08

Il 2008 - Anno dell’energia

Il 2008 sarà l’anno dell’energia. Lo ha annunciato la Presidente Bresso nella tradizionale conferenza stampa di fine anno, alla presenza degli Assessori regionali.
“E’ questa, infatti, la leva sulla quale intendiamo agire per portare a termine il processo di ammodernamento del Piemonte, intrapreso nel 2005. Produrre energia in modo nuovo, aumentando l’utilizzo di fonti rinnovabili, contribuisce infatti a creare nuovi posti di lavoro caratterizzati da livelli alti di competenza e di istruzione. Complessivamente investiremo 300 milioni di € di fondi strutturali europei per interventi nel campo del risparmio energetico e nella produzione da fonti sostenibili, attivando un circolo virtuoso con ricadute sulla qualità e quantità dell’occupazione” - ha dichiarato Bresso.

“L’obiettivo del Piemonte è di conseguire l’indipendenza energetica nel 2030. In questo quadro, organizzeremo in primavera gli Stati generali dell’energia, cui abbiamo invitato l’economista Jeremy Rifkin. Saranno portati a termine gli interventi per la sperimentazione dell’auto solare, un progetto promosso dalla Regione, con il Centro Ricerche Fiat e il Politecnico di Torino. Daremo impulso alla nuova edilizia energetica, utilizzando il Congresso Mondiale degli Architetti e la nuova legge urbanistica regionale, attualmente all’esame della competente Commissione consiliare.” - ha affermato Bresso.

Nel 2008 sono in programma numerosi interventi diretti a migliorare la competitività del Piemonte, con interventi nei settori nevralgici dell’università, della ricerca e delle infrastrutture, mentre l’intero sistema produttivo sarà spinto a raggiungere tassi più alti di internazionalizzazione, sia sostenendone la penetrazione all’estero sia attirando nuovi investimenti sul territorio attraverso iniziative quali i contratti di insediamento( il primo esempio a Borgofranco d’Ivrea con un’azienda che produrrà silicio per pannelli solari).
Proseguirà a livello nazionale la discussione avviata con il Governo per pervenire al pieno federalismo fiscale. Una ripartizione delle risorse rispettosa dell’autonomia regionale è, infatti, una delle condizioni indispensabili per ridurre ulteriormente le imposte dirette e indirette, dall’addizionale irpef ai ticket sulle prestazioni sanitarie e per migliorare il welfare.

“I programmi per il 2008 non possono tuttavia far dimenticare che il 2007 è stato un anno eccezionale per la Regione: pensiamo alla recente approvazione della legge sul diritto allo studio, al piano socio-sanitario. Dal primo gennaio i cittadini con reddito fino a 36.000 € non pagheranno più il ticket sui farmaci; abbiamo ridotto l’aliquota regionale Irpef per i redditi fino a 15.000 €. E’ di poche settimane fa l’approvazione della legge sulla sicurezza, mentre nella prima parte dell’anno abbiamo approvato la legge per assicurare sostegno ai piccoli Comuni.” - ha concluso Bresso.

http://www.regione.piemonte.it/piemonteinforma/scenari/2007/dicembre/annoenergia.htm, 28-12-07

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