Archive for December, 2007

In Italia il ciclotaxi non piace

A Manhattan sono 500. All’Expo 2005 di Aichi erano il biglietto da visita del Giappone. Girano in tutta la Germania. Si trovano a Beirut, Atene, Londra, Zurigo, Praga, Varsavia, Copenaghen, Bruxelles, Bordeaux. In Italia niente: i taxi a pedali, i risciò a tecnologia avanzata che si guidano con poca fatica seminando le macchine bloccate nella melassa quotidiana, non riescono a decollare.
L’ultimo no è arrivato dal Comune di Milano in curiosa coincidenza con l’avvio dell’ecopass, un tentativo di road pricing che parte al ribasso: obiettivi poco ambiziosi (la riduzione a cui si punta è parecchie volte inferiore a quella realizzata con successo a Londra), procedure farraginose, polemiche vivaci. I dieci ciclotaxi che erano sulla rampa di lancio non avrebbero certo cambiato il contesto generale. Ma sarebbero stati un segnale: la disponibilità a cambiare, ad adeguarsi, a utilizzare le regole del mercato senza farsi tirare per la giacchetta da lobby piccole e grandi.
Invece, come si legge nella missiva comunale, “dopo approfonditi riscontri normativi e tecnici condotti unitariamente al settore Attuazione, Mobilità, Trasporti, Ufficio Autopubbliche, si è giunti alla determinazione che il velocipide in oggetto, disciplinato dall’art. 50 del Codice della strada, non può essere utilizzato alla stregua di un taxi”. Per lo meno si può dire che il linguaggio, dal punto di vista dello spirito del tempo, va d’accordo con i contenuti.
Un moderno risciò costa da 7 a 8 mila euro e permette di muoversi nel raggio di qualche chilometro a costi contenuti (5 euro per un quarto d’ora). Gianluigi Barone, l’imprenditore che li fa circolare utilizzandoli per ora solo come spazio pubblicitario, ha deciso di non arrendersi e tornerà alla carica. Resta il fatto che le città italiane sono prigioniere di una quantità di macchine anomala perfino per la motorizzatissima Europa. E di un sistema di valori che permette di violare impunemente le leggi a difesa della salute dei cittadini accettando la continua violazione dei livelli di polveri sottili (cancerogene) nell’aria.

Repubblica, 30-12-07

L’eco-ottimista che cambia l’America

“Piromani”, “La Terra è finita”, “La rivolta di Gaia”, “Italia a secco”, “Cronache da una catastrofe”. A scorrere in libreria i titoli dello scaffale riservato all’ambiente ce n’è quanto basta per uscire strisciando. La cifra di chi si occupa di questi problemi è quasi sempre quella della tragedia incombente e del pessimismo più cupo. Ma se tutto intorno è uno squillare di trombe che annunciano l’apocalisse, c’è invece un’icona dell’ambientalismo americano che in perfetta solitudine va diffondendo ottimismo a piene mani: “C’è ancora molto lavoro da fare, ma stiamo procedendo molto bene. Se guardiamo ai numeri sembra persino troppo bello per essere vero”, dice.
L’eroe del Pianeta. Il suo nome è Amory Lovins, 60 anni, massimo teorico del “Capitalismo naturale”, fondatore e direttore del Rocky Mountain Institute, un influente centro indipendente di ricerca e consulenza, curriculum sterminato, eletto due volte dal settimanale Time “eroe del Pianeta”. Si può non credergli, ma di certo Lovins non parla a vanvera e conosce il mondo della tecnologia, dell’energia e del business come pochi altri. Bill Clinton nel recente convegno sul clima organizzato dalla sua fondazione a Washington, ricordando vecchie campagne antinucleariste condotte insieme, lo ha salutato con queste parole: “Caro Amory, in passato abbiamo perso molte battaglie, ma ora tu stai vincendo la guerra”.
A braccetto con il business. Il suo Rmi svolge opera di consulenza per colossi come Wal Mart, General Motors e moltissime altre multinazionali, oltre al Pentagono. Così quando Lovins sostiene che la svolta è già avvenuta, nel settore energetico come in quello dei Tir, lo fa con cognizione di causa. E’ stato lui a convincere Wal Mart, probabilmente la più grande impresa privata del mondo, a trasformare la flotta di quasi settemila camion che rifornisce gli oltre 3600 punti vendita degli Stati Uniti, mettendo in strada entro il 2015 automezzi che consumano la metà di quelli attuali.
“La svolta energetica è già iniziata”. Allo stesso modo Lovins è convinto che anche nella produzione energetica la rivoluzione sia già a buon punto. “Un sesto della produzione mondiale di elettricità e un terzo di quella installata nel 2005 - afferma - è derivata dalla microproduzione. Un dato che in pochi capiscono. La cogenerazione e le rinnovabili nel 2005 hanno aggiunto alla produzione mondiale quattro volte la quantità di elettricità immessa e undici volte la capacità di generare elettricità del nucleare, ma i fan dell’atomo continuano a dire che sono cifre piccole, limitate, e che ci vorranno decenni perché siano competitive. La verità è che sono i grandi impianti centralizzati, che siano a carbone, gas, petrolio o nucleare, ad aver perso metà del mercato dell’elettricità perché l’altra metà se la sono presa microproduzione, rinnovabili e risparmio energetico, ma nessuno ci ha fatto caso”.
Almeno su quest’ultimo punto non si può non essere d’accordo, ma Lovins non è affatto meravigliato e cita Marshal McLuhan: “Solo le scoperte insignificanti hanno bisogno di essere coperte dal segreto perché quelle grandi sono protette dall’incredulità popolare”.
L’importanza dell’efficienza. Crisi energetica, riscaldamento globale, boom cinese: i pessimisti hanno molte frecce al loro arco, ma non c’è sfida che spaventi Lovins. “Gli economisti - ricorda - assumono che l’intensità energetica (il rapporto tra il Pil e la quantità di energia impiegata per realizzarlo, ndr) andrà migliorando di un punto l’anno perché questo è quello che è successo sinora quando non facevamo attenzione ai consumi, ma se migliorasse di due punti i risparmi pareggerebbero i maggiori consumi dovuti alla crescita e le emissioni di C02 si stabilizzerebbero. Con tre punti inizierebbero a scendere e il clima si stabilizzerebbe piuttosto rapidamente, fatti salvi i cambiamenti che abbiamo già innescato. Possiamo farcela a migliorare di tre punti l’anno? Certo che possiamo, lo scorso anno l’America ha tagliato di 4 punti, riducendo leggermente il consumo generale di energia. La Cina ha migliorato l’intensità energetica di 5 punti per oltre venti anni di seguito”.
Uscire dal petrolio con profitto. Per spiegare all’America che uscire dall’era dell’oro nero è facile e vantaggioso Lovins ha pubblicato nel 2004 Winning the oil endgame (”Vincendo il gioco del fine-petrolio”), uno studio finanziato dal Pentagono. “Nel 2050 - ribadisce citando il suo libro - potremmo essere completamente indipendenti dal petrolio investendo un quinto del prezzo che ci costa oggi comprarlo”. I settori da riconvertire in questa sfida sono sei, e Lovins è convinto che in almeno tre la svolta sia già iniziata. “I campi di azione sono auto, aerei, camion, settore militare, carburanti e finanza. Stiamo già vedendo ovunque progressi incredibilmente rapidi - sottolinea - e in tre di questi (camion, aerei e militari) abbiamo già passato la fase più difficile. Credo inoltre che tra un paio di anni guarderemo al 2007 come al momento di svolta nell’industria automobilistica”.
La rivoluzione del carbonio. Lovins è convinto che in un futuro non troppo lontano la fibra di carbonio sostituirà il pesante acciaio usato oggi per costruire le auto, garantendo una riduzione drastica dei consumi. “Il 95% dell’energia usata da una macchina serve a spostare la carrozzeria e solo il 3% il conducente”, ricorda Lovins, che ha fatto del risparmio e dell’uso razionale dell’energia una vera ossessione sin dalla crisi petrolifera degli anni Settanta. Sua, ad esempio, è l’invenzione del termine “negawatt” ormai diventato di uso comune per gli addetti ai lavori.
“La Cina un problema? No, ci salverà”. Nelle previsioni dei pessimisti qualsiasi possibile miglioramento è destinato però a finire travolto dal sopravanzare della Cina. Ma anche in questo caso Lovins va contro corrente. E a differenza di molti, lo fa dopo aver visto con i suoi occhi quello accade a Pechino dove da qualche anno insieme al suo staff gestisce nell’università della capitale un corso di laurea in “Sostenibilità”. “Ai miei studenti cinesi - dice - lo ripeto sempre: avete 5 mila anni di civiltà più di noi, siete cinque volte più di noi, tutte le grandi innovazioni tecnologiche che hanno aperto la strada al progresso le avete inventate voi, avete tagliato l’intensità energetica di cinque punti l’anno per venti anni, avete l’efficienza energetica al primo punto della vostra strategia di sviluppo nazionale, perché sapete che altrimenti non vi potrete permettere di crescere, vi state rendendo conto di come va fatto, siete fortemente motivati e avete adottato un quadro normativo migliore del nostro, infine lavorate più sodo di noi. Per tutti questi motivi penso che il mondo può fare affidamento sulla Cina per uscire dal pasticcio climatico”.
Purissimo, rarissimo, preziosissimo ottimismo, ma guai a definirlo così. “Ottimismo e pessimismo - dice Lovins - sono due aspetti dello stesso irrazionale modo di concepire il futuro come fatalismo, anziché come scelta, senza assumersi le responsabilità di costruire il mondo che desideriamo”.

Repubblica, 20-12-07

Al via roadmap per Kyoto-2

La lotta al riscaldamento globale non si ferma. Entro il 2009 un nuovo accordo taglia emissioni, il Kyoto-2. A Bali è stato raggiunto l’accordo per una roadmap che fissa due anni di negoziati da far partire al massimo nell’aprile del 2008. Fino a quella data, però, Per i paesi nessun nuovo vincolo in termini di cifre di riduzione dei gas serra . Si è chiusa così la 13/a Conferenza internazionale Onu sui cambiamenti climatici (Cop13). Oltre 10.000 persone e 190 paesi per 13 giorni, uno in più sul programma, al capezzale del clima malato.

La trattativa è stata lunga ed estenuante, finita tra lacrime, applausi e colpi di scena. Fino alla fine si è temuto, poi gli Stati Uniti hanno deciso di dare il consenso negato soli pochi minuti prima trovandosi isolati nell’opporsi al documento. Il braccio di ferro dell’ultimo giorno è stato tra Usa e Paesi in via di sviluppo. Questi ultimi si sentivano trattati alla pari dei paesi industrializzati mentre gli Stati Uniti chiedevano loro maggiori impegni. Uno scontro che ha bloccato le trattative tanto che lo stesso segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon è dovuto arrivare a Bali per imprimere uno sprint all’assemblea. E dopo l’accordo si è detto profondamente grato nei confronti di molti membri di stati per il loro spirito di flessibilità e compromesso”. Ma per giorni a tenere banco nelle trattative è stato il corpo a corpo sul taglio delle emissioni. Un capitolo sul quale l’Europa ha dovuto cedere alla irremovibilità statunitense. La prima bozza in discussione conteneva riduzioni nell’ordine del 25-40% al 2020 rispetto ai livelli del 1990 per i paesi industrializzati. Ora si va avanti senza questo range anche se é stato concesso il riconoscimento al lavoro degli scienziati del panel intergovernativo sui cambiamenti climatici (Ipcc).

Per il ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, l’ accordo significa aver “sconfitto chi voleva boicottare Kyoto e Bali”. “Un successo per l’Onu - ha detto il ministro - e per l’Ipcc”. Unico rammarico: “Aver tolto l’indicazione, fin da ora, degli obiettivi di taglio delle emissioni”. Ecco i capitoli principali dell’accordo e dei negoziati: - ROADMAP: la tabella di marcia è raccolta in tre pagine. Si riconosce tra l’altro, la necessità di un’azione internazionale per la lotta ai cambiamenti climatici e per la prima volta si lancia un processo che coinvolge Paesi industrializzati e in via di sviluppo. Per i Paesi industrializzati si parla di impegni e azioni appropriate evitando la parola ‘vincoli’, mentre i Paesi in via di sviluppo hanno ottenuto azioni verificabili e misurabili.

Si rafforzano inoltre i finanziamenti disponibili e gli investimenti per sostenere azioni di attenuazione delle emissioni.

- NEGOZIATI E POST-KYOTO: i negoziati dovranno aprirsi non più tardi dell’aprile del 2008. Nel 2009, nel summit sul clima che avrà come sede Copenaghen si deciderà l’accordo post-Kyoto il cui regime entrerà in vigore nel 2012, cioé dopo la scadenza del Protocollo salva-clima la cui durata è per il periodo 2008-2012.

- CIFRE RIDUZIONE CO2: la roadmap di Bali verso Kyoto-2 non indica obiettivi di taglio delle emissioni di gas serra. Il richiamo è soltanto una postilla inserita in fondo alla pagina della premessa che rimanda a tre pagine del IV Rapporto Ipcc, relative al Working group III, quello sulla mitigazione. In queste pagine sono contenuti diversi scenari tra cui, quello più raccomandato del taglio di gas serra del 25-40% al 2020 rispetto ai livelli del ‘90 da parte dei Paesi industrializzati e del 50% per tutto il mondo al 2050.

- LE ALTRE DECISIONI: nuova gestione del fondo di adattamento per aiutare i Paesi piu’ poveri già sotto gli effetti del cambiamento climatico, previsto dal Protocollo di Kyoto, che verrà affidato al Fondo mondiale dell’Ambiente (Gef) e avrà sede a Washington; le foreste entrano nella lotta ai gas serra; gruppo di lavoro sul trasferimento di tecnologie nei paesi in via di sviluppo.

Ansa, 15-12-2007

CLIMA, ACCORDI BALI: DUE ANNI PER SALVARE LA TERRA

Lacrime, atmosfera carica di tensione, applausi, appelli accorati. Il summit di Bali sul clima si è concluso con un concentrato di pathos che, alla fine, anche se in extremis, ha portato a un accordo. Dopo i toni trionfalistici delle prime dichiarazioni, a sangue freddo la lettura può apparire un’altra, forse più cauta, legata ai tempi di realizzazione e ai vincoli dei tagli delle emissioni; anche se resta il dato di fatto più importante: la 13/a Conferenza Onu sui cambiamenti climatici, che ha tenuto impegnata l’isola indonesiana per 13 giorni e che ha convogliato 190 Paesi e 10.000 persone, ha rischiato davvero di essere un grande fallimento. Una debacle globale che si sarebbe portata dietro anche la sconfitta del dopo Kyoto e quindi del futuro processo di riduzione dei gas serra.

D’altra parte non ha nemmeno accontentato tutti i Paesi sull’obiettivo sperato. Europa in primis, che ha dovuto cedere tecnicamente a un compromesso. Infatti i limiti di emissione nella roadmap verso il dopo Kyoto non ci sono. In questo gli Stati Uniti portano a casa ancora una volta il risultato della loro linea ferma, da cui non si sono spostati di un centimetro. Hanno detto “numeri no” e numeri non ci sono stati. In questo l’Europa soffre, anche se oggi un po’ meno. Sul piano politico può dirsi soddisfatta. E’ vero che alla fine il via libera è arrivato dagli Stati Uniti, ma c’é anche da registrare che nel giro di una manciata di minuti, ne sono stati calcolati una ventina al massimo, i delegati dell’amministrazione Bush hanno dovuto fare marcia indietro sulla loro iniziale opposizione al testo in discussione. La pressione dagli altri Paesi è stata tanta. Al testo aveva già detto sì l’Unione Europea e a ruota altri Paesi. Intervento dopo intervento, gli statunitensi hanno dovuto cedere all’evidenza: nella sala erano rimasti gli unici a dire no e hanno permesso la svolta di Bali ottenendo nessun impegno in numeri.

L’impegno dell’Ue ha portato frutti: un accordo per proseguire con il processo di riduzione delle emissioni, anche con gli Usa nella roadmap, stabilendo la data, il 2009 per la fine dei negoziati, aprendo ai Paesi in via di sviluppo e non ultimo, il riconoscimento dei risultati degli scienziati del panel intergovernativo Ipcc. I numeri messi in calce in fondo alla premessa sotto forma di nota rappresentano il compromesso. Obiettivo di Bali non era un nuovo protocollo di Kyoto né stabilire limiti nuovi di emissione. Lo scopo era quello di tracciare una strada, la più breve possibile, per continuare la lotta al cambiamento climatico e far nascere un nuovo accordo più stringente, dopo il 2012, quando il Protocollo di Kyoto avrà finito il suo mandato. D’altronde di vincoli proprio non si parla. Si rimanda al 2009 qualsiasi decisione e nel frattempo i Paesi non hanno nessun nuovo target di riduzione.

Ansa, 16-12-2007

La Merkel: smog uguale per tutti

È la proposta più avanzata. L’unica che coniughi equità e sostenibilità. La porta avanti da tempo l’organizzazione inglese Global Commons Institute (www.gci.org.uk) fondata nel 1990 dall’ambientalista, scrittore e compositore Aubrey Meyer. Lo scenario proposto è detto Contraction and convergence (C&C): Contrazione e convergenza.
La convergenza è una quota pro capite di emissioni eguale per tutti i cittadini del mondo, in omaggio al principio di equità (pensiamo che adesso gli statunitensi sono a 20 tonnellate annue, gli italiani a poco meno di 10 e gli etiopi a molto meno di una…).
La contrazione è che questa equa quota sia fissata a un livello globale in grado di ridurre e stabilizzare la concentrazione di gas serra a un livello accettabile per il principio di precauzione. L’alternativa in caso di fallimento della C&C è una situazione di espansione-divergenza-danno.
Il progetto ha finalmente qualche sponda governativa perfino in Occidente. A Bali nella valigetta di proposte del ministro tedesco dell’Ambiente Sigmar Gabriel c’era anche il piano più radicale di tutto l’Occidente, una «nuova iniziativa per il clima». L’ha voluto la cancelliera Angela Merkel che ne ha già parlato più volte, affermando che «uno sviluppo giusto è possibile solo se a ogni persona del pianeta verrà consentito di produrre la stessa quantità massima di emissioni».
E questa quantità, secondo i calcoli tedeschi, non dovrà superare le due tonnellate, pro capite appunto, si tratti di americani, cinesi, indiani, etiopi o europei. Oggi la media mondiale di emissioni è pari al doppio, ma con enormi differenze fra gli individui e le medie per paese. Insomma: l’equità sostenibile impone di ridistribuire il diritto a inquinare, ma al minor livello possibile.
Se nei negoziati le emissioni di CO2 devono essere misurate pro capite, dunque il massimo per ogni paese dovrebbe essere stabilito proporzionalmente alla sua popolazione. Finora, nel fissare gli obiettivi di riduzione, si è partiti sempre dalle emissioni totali dei paesi.
Lo scenario tedesco prevede invece che per contenere in due gradi l’aumento di temperatura entro il 2050 i paesi industrializzati contraggano di parecchio le emissioni pro capite e che al tempo stesso i paesi «in via di sviluppo» si sforzino (favoriti dal trasferimento di tecnologie pulite) di non far salire troppo le loro e a un certo punto di farle scendere.
Alla fine appunto le emissioni pro capite del Sud eguaglieranno quelle del Nord. Ma se si dice «una testa, due tonnellate», ebbene un tedesco potrà emetterne tre e un suo connazionale una sola, e saranno sempre due in media; insomma è garantita la giustizia climatica inter-nazionale ma non quella fra le classi. Infine, due tonnellate a testa per 9 miliardi di persone sono ancora eccessive se l’obiettivo è stabilizzare le emissioni.
Ma già così, la proposta della cancelliera tedesca Merkel sembrava troppo rivoluzionaria per oggi. Chi ci lavorerà da domani?

 

Il Manifesto, 15-12-2007

Il clima ferma la marcia dei pinguini

Pinguini imperatore - F.Polking WWF CanonLa Penisola antartica, l’ultimo continente ancora integro del pianeta, si sta assottigliando a causa dei cambiamenti climatici. Il ghiaccio che si forma dall’acqua marina copre oggi un’area del 40% inferiore rispetto a 26 anni fa, l’Oceano meridionale che la lambisce si è scaldato fino a una profondità di 3.000 metri. Tutto questo sottrae habitat, vale a dire terreno di riproduzione e cibo, a 4 diverse specie di pinguino. A rischio le popolazioni di Pinguino imperatore, Pinguino di Adelia, il Pinguino dell’Antartide e il Pinguino papua. Abitudini, cicli riproduttivi che si perpetuano da millenni sono già minacciati dal riscaldamento globale. E’ quanto emerge dal nuovo rapporto del WWF Antarctic Penguins and Climate Change lanciato oggi in tutto il mondo da Bali.

“Quattro specie diverse, sulle quali incombe lo stesso rischio, l’aumento delle temperature” commenta Gianfranco Bologna, Direttore scientifico del WWF Italia “Sono i veri simboli dell’Antartide, ora costretti ad un adattamento forzato al cambiamento climatico che gli sottrae i terreni per la nidificazione e il krill per l’alimentazione ad un ritmo che non ha precedenti”. Il Pinguino imperatore - il più grande e maestoso pinguino del mondo - ha visto dimezzarsi l’estensione delle sue abituali colonie nell’ultimo mezzo secolo. Gli inverni sempre più miti e i venti sempre più forti hanno costretto i pinguini a crescere i propri piccoli su strati di ghiaccio più sottili. Negli ultimi anni, il ghiaccio ha cominciato a rompersi troppo presto e moltissime uova e piccoli sono caduti in acqua prima che fossero in grado di sopravvivere in autonomia.

Pinguini imperatore WWF Canon- F.PolkingLa riduzione del ghiaccio marino, ridotta ad un’area inferiore del 40% rispetto a 26 anni fa al largo della penisola antartica, ha provocato la diminuzione della popolazione di krill, la principale fonte di cibo del Pinguino dell’Antartide. La popolazione di questa specie è diminuita dal 30% al 66% a seconda delle colonie e della disponibilità di cibo. Lo stessa cosa accade ai Pinguini papua, che più degli altri stanno subendo il declino delle popolazioni di krill causato da una pesca intensiva. Nell’Antartide nord-occidentale, dove il riscaldamento è ancora più accentuato, la popolazione dei pinguini di Adelia è diminuita del 65% negli ultimi 25 anni. Non solo il cibo è diventato più scarso, ma la popolazione ha subito una invasione nei loro territori abituali dei ‘cugini’ appartenenti papua e dell’Antartide, specie che amano temperature un po’ più miti.

Le temperature più alte, inoltre, permettono all’atmosfera di trattenere più vapore acqueo, con che aumenta le precipitazioni nevose: un rischio per la sopravvivenza dei pinguini di Adelia che hanno bisogno di terra libera dalla neve per allevare i loro piccoli. “La catena alimentare dell’Antartide, e di conseguenza la sopravvivenza dei pinguini e di molte altre specie, è legata al futuro dello strato di ghiaccio marino” conclude Bologna “I ministri giunti a Bali da tutto il mondo, soprattutto quelli dei paesi industrializzati, devono trovare un accordo per ridurre drasticamente le emissioni di gas serra e proteggere l’Antartide che ormai vive una pressione fortissima a causa del riscaldamento globale”.

www.wwf.it, 11-12-07

Tutti parlano d’ambiente. La politica no

Da venerdì a domenica Legambiente tiene a Roma il suo congresso nazionale: l’ottavo da quando siamo nati (era il 1980, ci chiamavamo Lega per l’ambiente).
Per chi scrive, questo sarà l’ultimo congresso da dirigenti di un’associazione che abbiamo visto – forse in piccola parte fatto – crescere, e che ci ha visto e fatto crescere, avendola entrambi incontrata da obiettori di coscienza più di 20 anni fa, e mai più lasciata.
Si parlerà, nei tre giorni del congresso, di come sta Legambiente – la soddisfazione per i soci e i circoli che continuano a crescere, la necessità di radicarci nei territori e di intrecciare sempre meglio le ragioni dell’ambiente con i bisogni sociali; la scelta irrinunciabile e irreversibile dell’autonomia politica –, e si parlerà di come sta l’ambientalismo.
Nel documento preparatorio del congresso, abbiamo scritto che oggi l’ambientalismo è un gigante culturale ma un nano politico.
I problemi legati alla qualità ambientale, alla sostenibilità dello sviluppo – l’inquinamento, la dissipazione delle risorse, adesso i mutamenti climatici – sono solidamente insediati nell’opinione pubblica: anche i negazionisti più incalliti faticano ormai a ridurne la portata. Però questi temi non sono protagonisti nell’agenda della politica.
I motivi di tale contraddizione sono diversi, in parte nascono dall’obiettiva difficoltà di modificare e aggiornare idee profondamente incardinate nella storia politica, sociale, culturale del Novecento: una nozione prevalentemente economica del benessere e del progresso, la convinzione che la crescita economica, anche nella sua dimensione di prelievo e consumo delle risorse naturali, sia una prospettiva illimitata. Ma questa inerzia ha trovato finora solida sponda in un limite forte della cultura ambientalista: l’incapacità di convincere che la riconversione ecologica che noi proponiamo sia non soltanto “giusta”, ma sia “desiderabile”, desiderabile dalle persone e dalle comunità in carne e ossa.
Forzare questo limite è il grande problema dell’ambientalismo nel ventunesimo secolo. Legambiente da tempo prova a forzarlo qui in Italia: investendo gran parte delle sue energie per dimostrare che tutelare l’ambiente, lottare contro l’inquinamento e contro il global warming, per un paese come il nostro è un interesse strategico anche in termini economici e sociali.
Qualche esempio? L’Italia importa quasi tutto il petrolio che consuma: puntare sull’efficienza energetica e sulle fonti rinnovabili (solare ed eolico) serve come il pane alla nostra autonomia energetica e alla competitività delle nostre imprese. O ancora: per essere protagonista nel mondo che si va globalizzando, l’Italia deve scommettere sulle sue risorse più tipiche, che per gran parte – dal paesaggio, ai beni culturali, fino alla miscela di creatività, coesione sociale, capacità d’innovare e legame con il territorio e con le sue tradizioni che è l’anima del successo del made in Italy – sono ricchezze immateriali e dunque ecologiche.
L’ambiente, insomma, come metafora del nostro futuro più promettente e più realistico. Una via, però, che fino ad oggi in troppi – nelle classi dirigenti – non riescono a vedere o non fanno abbastanza per concretizzare. Dal palco del nostro congresso ci rivolgeremo in particolare alla politica: chiedendo agli interlocutori che verranno a confrontarsi con noi – da Bertinotti a Veltroni, da Pecoraro Scanio a Rutelli e ad Alemanno – di lavorare per un’opera, urgente e indispensabile, di riaffermazione dell’interesse generale non contro ma sopra gli interessi parziali che oggi dominano la scena.
Un’opera che per noi è anche la premessa, perché l’ambiente – bisogno diffuso ma non “costituito” – occupi davvero e non solo nelle buone intenzioni il centro della scena politica.
L’antipolitica, crediamo, si combatte prima di tutto così, riannodando con il filo dell’interesse generale il rapporto quanto mai lacerato tra rappresentanti e rappresentati. A questo obiettivo devono concorrere tutti i protagonisti della vita nazionale: partiti, istituzioni, forze sociali, cittadinanza attiva. Distinti nei ruoli ma accomunati dalla consapevolezza – prendiamo in prestito le parole dette anni fa da un grande europeo, Vaclav Havel – che il vero segno distintivo di una classe dirigente è nella «responsabilità verso qualcosa di più alto della propria famiglia, del proprio partito, del proprio successo, delle proprie fortune particolari», nella «responsabilità di trovarsi nel luogo dove tutte le azioni lasciano un segno indelebile e dove saranno giudicate».

Europaquotidiano.it, 6-12-07

Clima: meno Co2 con l’eco-calcolatore nel cellulare

Quanto possono incidere sull’ambiente i nostri più semplici gesti quotidiani? Quanto contribuisce il nostro utilizzo dei mezzi pubblici a ridurre le emissioni di Co2? A rispondere a tutte queste domande ci pensa MobGas , un nuovo programma gratuito per cellulari, disponibile nelle 21 lingue dell’Unione Europea, che informa gli utenti dell’impatto delle loro scelte quotidiane sui cambiamenti climatici.

La tecnologia intelligente, sviluppata dal Centro comune di ricerca (Ccr) della Commissione europea, si legge in un comunicato,«consente agli utenti di vedere le conseguenze delle loro scelte quotidiane in termini di emissioni dei tre principali gas a effetto serra: anidride carbonica, metano e protossido di azoto».

È sufficiente scaricare il software sul proprio telefonino, e sfruttare i pochi momenti di calma che il tran-tran giornaliero ci regala, come un tragitto in metro o in autobus, per inserire l’agenda della propria giornata: come viaggiamo, gli apparecchi che utilizziamo, il cibo consumato.

L’eco-calcolatore, sulla base dei dati inseriti, ci informerà dell’impatto che il nostro stile di vita ha sull’ambiente. È possibile, inoltre, creare «un registro delle emissioni settimanali o annuali dell’utente su un sito web sicuro», si legge ancora nella nota, «consentendo così confronti con le medie nazionali e mondiali».

Eurostat, l’ufficio statistico Ue, ha recentemente calcolato che «il 21% delle emissioni è dovuto a processi industriali, il 31% proviene dalla produzione di energia, il 20% dai trasporti, il 9% dall’agricoltura, il 3% dai rifiuti e da altre fonti. Queste cifre dimostrano, secondo la nota di Bruxelles, che «i comportamenti individuali, ossia il modo in cui viaggiamo, gli apparecchi che utilizziamo, il cibo che mangiamo, possono dare un contributo reale in termini di emissioni».

Gli scienziati del Ccr presenteranno l’innovativo programma nel corso della conferenza Onu sui cambiamenti climatici, prevista per il prossimo 3 dicembre a Bali.

La Stampa, 30-11-07